WELCOME Refugees. Aiutiamoli a casa nostra – Artiste/i per la Resistenza

WELCOME Refugees. Aiutiamoli a casa nostra è un invito ad aprire la porta delle nostre vite all’accoglienza, a mettere in discussione pregiudizi e luoghi comuni, a rendere possibili pratiche di re(-e)sistenza.

Ogni giorno i media aggiornano la conta delle partenze, degli arrivi, delle richieste di asilo, dei naufragi, dei morti, dei respinti, degli espulsi: numeri, come se non si parlasse di gambe, braccia, mani, occhi, cuori, storie, vite.

Una parte di umanità ridotta a flusso di dati, di cui si fa statistica, su cui si fa allarmismo, per cui ci si ferma a riflettere solo se l’occasione vale: un numero troppo alto di morti o un piccolo corpicino riverso su una spiaggia.

Ma chi sono questi ‘migranti’? Donne e uomini di ogni età, bambine e bambini che sfidano la morte per sfuggire a una morte certa.

Da cosa fuggono? Da guerra, dittatura, estrema povertà: fenomeni non intrinseci alle loro culture, né dovuti al caso, ma creati, finanziati, perpetrati dai democratici paesi occidentali.

Cosa sognano? Di poter vivere la loro vita in pace.

Cosa trovano quando bussano alle porte d’Europa? Campi di accoglienza circondati da filo spinato, centri di identificazione come galere, muri, polizia, segregazione, reclusione, esclusione. Un limbo infernale di tempi burocratici lunghissimi, attese in cui bisogna essere invisibili, in cui non si può lavorare, non si può avere una casa.

Si può essere, ma non esistere.

Diventano oggetto di ridicole e schizofreniche strumentalizzazioni: ‘rubano il lavoro’, ma ‘non hanno voglia di lavorare’; scappano dai terroristi, ma ‘sono tutti potenziali terroristi’; ‘hanno le scarpe firmate e lo smartphone e sono pieni di soldi’, ma ‘vengono qui a rubare’.


E poi, mantra dei fascisti contemporanei, ‘aiutiamoli a casa loro’.
Peccato che casa loro sia stata rasa al suolo dalle bombe o incendiata dall’esercito o sia poco più che una capanna.

Il progetto WELCOME Refugees. Aiutiamoli


Lo zerbino è il primo tappeto di una casa, è il punto di accesso all’intimità domestica: nella cultura orientale il tappeto è simbolo di ospitalità per eccellenza, ci si siede a parlare, a bere un tè, a pregare.
Su un zerbino non si può sostare, ma aiuta molto se hai camminato per deserti e sentieri, hai attraversato un mare, sei stat@ ferm@ mesi in una tendopoli piena di fango: in questo caso uno zerbino può rappresentare il ritorno alla normalità.
Passando i piedi su uno zerbino puoi liberarti dello status di numero che ti è stato assegnato, puoi sperare finalmente di poter fare una doccia, riposare su un divano, fare due chiacchiere intorno a un tavolo, davanti a un pasto caldo.
Ricominciare a vivere, esistere di nuovo.

Non bisogna aver paura di scegliere da che parte stare e dichiararlo: per cambiare il mondo bisogna mettere in discussione il sistema, anche con piccole pratiche quotidiane.

Questo zerbino davanti alla nostra porta starà a significare che non abbiamo paura dell’altro, che vogliamo mescolare le esistenze, che il nostro personale è politico e che queste per noi non sono emergenze, ma persone.

Vuoi conoscere più informazioni sui miei lavori? Scrivimi a stefania@vitacreattiva.it oppure visita la pagina Contatti.

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