Un mixaggio di emozioni

Nell’estate 2019 ho avuto occasione di conoscere la teoria pedagogica di Riccardo Massa (1945-2000) filosofo e pedagogista, fondatore della Facoltà di scienze dalla Formazione dell’Università di Milano-Bicocca.

Ho trovato molto interessanti le sue intuizioni sull’educazione come dispositivo e sul teatro come metafora pedagogica. Così ho provato ad applicarle, leggermente modificate, anche all’arteterapia per analizzare le emozioni che proviamo.

Noi apparteniamo a dei dispositivi ed agiamo in essi. La novità di un dispositivo rispetto a quelli precedenti, la chiamiamo la sua attualità, la nostra attualità. Il nuovo è l’attuale. L’attuale non è ciò che siamo, ma piuttosto ciò che diveniamo, ciò che stiamo divenendo, cioè l’Altro, il nostro divenir-altro. In ogni dispositivo, bisogna distinguere ciò che siamo (ciò che non siamo già più) e ciò che stiamo divenendo. Ciò che appartiene alla storia e ciò che appartiene all’attuale.

[…] In ogni dispositivo dobbiamo districare le linee del passato recente e quelle del futuro prossimo. Ciò che appartiene all’archivio e ciò che appartiene all’attuale, ciò che appartiene alla storia e ciò che appartiene al divenire, ciò che appartiene all’analitica e ciò che appartiene alla diagnosi….che prende il posto dell’analisi seguendo altri percorsi. Non predire, ma essere attenti allo sconosciuto che bussa alla porta.

Gilles Deleuze

Il dispositivo arteterapeutico

Partiamo dal concetto di dispositivo di Michel Foucault (1926-1984).

In Sorvegliare e punire (1975) il filosofo francese, parlando della nascita della prigione, fa riferimento ad un potere ‘disciplinare’ che agisce attraverso dispositivi, plasmando i soggetti.

Questo potere agisce con una presa microfisica sul corpo al fine di controllare l’anima del condannato così da creare ‘corpi docili e produttivi’.

I dispositivi sono le tecniche e gli strumenti prediletti a partire dai quali promuovere un assoggettamento dell’individuo, la costituzione della sua identità tramite un processo di ‘normalizzazione’.

L’idea di dispositivo inteso come insieme di pratiche atte a creare una realtà ‘altra’ in cui spazio, tempo, corpi, oggetti e riti sono progettati e gestiti in mondo da fornire un’esperienza specifica capace di stimolare e modificare i soggetti coinvolti; può essere applicata anche agli interventi di arteterapia: possiamo parlare di dispositivo arteterapeutico.

Un dispositivo che diventa, a differenza dei dispositivi di potere, tempo/spazio in cui far fluire i contenuti, cercando di accogliere paure e rigidità difensive, favorendo non un dover essere, ma un divenire.

“In arteterapia noi usiamo tale termine per indicare l’insieme delle azioni volte a favorire un certo insight nei partecipanti al laboratorio”

Laura Grignoli

Il dispositivo nel laboratorio di arteterapia delle emozioni

Che il laboratorio sia di gruppo o individuale possiamo distinguere una serie di azioni che vanno a comporre la sequenza di ogni dispositivo. Dopo la fase progettuale e l’allestimento del setting, il primo momento è quello dell’accoglienza (benvenuto, regole, accenno a quello che andremo a fare). Segue la facilitazione dell’immagine (libera o più precisa); il terzo momento è quello del processo creativo (è importante stabilire un tempo preciso per questa fase); segue una conclusione (di solito con condivisione, ma mai obbligatoria).

Durante tutta la messa in atto del dispositivo, l’arteterapeuta deve garantire il rispetto tra partecipanti e la privacy di ciascuno, accompagnare nel processo di creazione e porre attenzione ai moti interni dei partecipanti (difese, transfert, simbolizzazione).

La metafora tecnologica

Parlando di dispositivo non si può non pensare all’ambito tecnologico: in questo senso esso è ‘l’insieme dei pezzi che compongono un meccanismo’.

Prendendo spunto dalla metafora teatrale proposta da Riccardo Massa, in cui lo spazio/tempo dell’esperienza potrebbe essere considerato il palco (con scenografia, luci, oggetti di scena), propongo di assimilare il ruolo dell’arteterapeuta a quello di regista, come Massa propone per il formatore, e quello del paziente/cliente a un mixer, o miscelatore, un’apparecchiatura utilizzata per mischiare segnali audio, video e luci.

Le diverse componenti del mixer permettono di accogliere nei cosiddetti pre (accoglienza) un segnale in entrata (input ,facilitazione); equalizzarlo, cioè lavorarci fino ad ottenere un risultato soddisfacente (creazione); mandarlo in uscita quando pronto (condivisione); sta all’arteterapeuta fare in modo che questo processo avvenga correttamente, tenendo presente che ogni mixer può avvalersi di ‘aiuti’ esterni, come effetti particolari (lo stile di conduzione) e comandi per evitare feedback eccessivi (transfert, controtransfert).

Obiettivo del mixaggio di emozioni

L’obiettivo è creare una zona franca in cui poter esplorare il proprio mondo interno, le proprie emozioni più esplicite e quelle più latenti; accompagnare in un percorso di (ri)scoperta di sé e offrire degli input stimolanti ma che facciano sentire al sicuro; non giudicare e invitare a non giudicare e non giudicarsi.

Per fare questo, l’arteterapeuta può e deve utilizzare in fase di progettazione tutti gli strumenti che il dispositivo arteterapeutico offre e chiarire da subito le condizioni, gli scopi ed i valori, le interazioni e i mezzi del suo intervento.

Soltanto con un canovaccio ben strutturato è possibile dare alle persone la possibilità di miscelare creatività ed emozioni permettendo loro di restituire parti di sé che credevano troppo grezze o stonate.

E tu, hai mai provato l’arteterapia?

Se vuoi saperne di più o prendere un appuntamento, mandami una mail a stefania@vitacreattiva.it oppure entra nella sezione Contatti.

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