Trattato di culinaria per donne tristi, Héctor Abad Faciolince, Sellerio (1997) e il capo espiatorio

“Io non sono più preciso né pretendo di superare le mie maestre. La mia ambizione è cercare una soluzione alla tua malinconia e il vero cammino me lo indicò un grande poeta della fredda Inghilterra, colui che fece dire a uno dei suoi personaggi, quasi pazzo per eccesso di senno: ‘Dammi un’oncia di muschio, buon farmacista, per profumare la mia immaginazione’. Io non vorrei essere niente di diverso da questo, un buon speziale, un farmacista, il padrone delle ricette per profumare la tua fantasia.”

Trattato di culinaria per donne tristi, Héctor Abad Faciolince, Sellerio (1997)

Questa è la mission di Abad Faciolince, dichiarata in chiusura del suo Trattato: un ricettario in cui le pietanze sono metafore che non riempiono la pancia, bensì lo spirito. Brevissimi capitoli pieni di leggera ironia, attraverso cui possiamo riflettere su tutto: l’amore, la solitudine, l’insonnia, la gioia, l’ansia, la vita e la morte.

Mi sono imbattuta in questo vademecum nel 2013 durante la preparazione di CUT-UP YOUR MIND, assemblaggio di un ‘capo espiatorio’, installazione partecipativa pensata per la Casa della Donna di Pisa.

Come è nata l’idea

L’idea è nata da uno dei racconti della psicanalista junghiana Clarissa Pinkola Estés: fece il primo ‘capo espiatorio’ per se stessa, traendone grande beneficio e così decise di mostrare come realizzarlo anche alle sue pazienti.

Si tratta di un capo, e per l’esattezza di un mantello, su cui una persona attacca, dipinge, ricama, scrive o comunque rappresenta simbolicamente i passaggi più dolorosi e difficili della propria vita: quelli che le hanno lasciato dentro qualche cicatrice, prove delle battaglie che sono state affrontate. (cfr. Clarissa Pinkola Estés, Donne che corrono con i lupi (Frassinelli, 1993), pagg. 420-421)

L’idea ha preso forma

In una stanza della Casa, le persone trovavano due abiti: uno già finito, il mio, e l’altro, vuoto, a disposizione di chi volesse provare a lasciare la propria traccia, cercando di liberarsi finalmente di un pensiero o provando ad accettare per sempre una perdita.

Si è creato così un cut-up di esperienze di vita differenti.

Proprio come nel cut-up letterario (tecnica inventata dal dadaista Tristan Tzara e perfezionata sia nella teoria che nella pratica da Gysin e Burroughs) non tutto quello che troveremo sarà piacevole, bello o poetico, ma ‘ci stupiremo di quanto di buono verrà fuori’.

Il risultato della giornata

Ricordo quella giornata con grande gioia: il mio obiettivo dichiarato era quello di trasformare un atto psichico individuale in una narrazione politica collettiva, ma ottenni molto di più.

Per l’intera giornata la stanza è stata abitata da urgenze espressive e voglia di condividere, l’abito si è trasformato diventando bellissimo e per tutte e tutti c’è stato ascolto, sorrisi, un abbraccio.

Offrendo alle persone lo spazio, il tempo, i materiali, la mia presenza per creare da sole pur stando insieme ho realizzato (inconsapevolmente, dato che non avevo ancora iniziato la mia formazione in arteterapia) una sorta di quello che ora so essere un open studio: un intervento di arteterapia “in cui ciascun partecipante è solo – ma in gruppo: lavora liberamente per conto proprio, ma con la sicurezza di essere parte di un gruppo.

L’obiettivo è di dare priorità alla dimensione espressivo-creativa: offrire ai partecipanti un rifugio silenzioso e stimolante, in cui essi possano sviluppare le loro capacità immaginative e creative; esprimere pensieri ed emozioni del loro mondo interiore; sentirsi visti ed accettati.” (cfr. Paola Caboara Luzzatto, Arte terapia (Cittadella Editrice, 2009), pag. 85)

La casa e il mio abito espiatorio

L’abito ‘espiatorio’ è tuttora all’ingresso della Casa.

E’ un collage emozionale composto da frasi, frammenti di testo, piccoli oggetti, pezzi di stoffa, lettere mai inviate, traumi, illuminazioni, scelte coraggiose e drastiche rese.

La Casa della Donna è ancora oggi un luogo in cui amo realizzare le mie idee e da circa un anno (con ovvia interruzione dovuta al lockdown) conduco Uno spazio tutto per sé.

Oltre a favorire l’incontro tra donne, questo studio aperto si propone di offrire un ambiente libero e accogliente in cui sentirsi viste ed accettate e di stimolare le capacità immaginative e creative di ognuna. La mia è presenza discreta, pronta ad affiancare la singola persona, nel caso questa lo richieda, nella creazione e nell’osservazione dell’immagine; oltre ad occuparmi di allestire lo spazio e custodire le immagini, sono presente per facilitare e moderare eventuali condivisioni.

L’arteterapia va oltre le limitazioni del lockdown

In attesa di riprendere gli incontri, è possibile fare arteterapia online e sostenere la campagna di crowdfunding #nessunadasola.

Come? Scrivimi in privato e prenota la tua seduta online (useremo Skype). E’ gratuita, ma ti chiedo di fare un’offerta (a tua scelta) per Nessuna da sola. Come sempre non sono richieste predisposizioni o capacità artistiche e puoi utilizzare i materiali che hai già a disposizione (basta davvero pochissimo!)

Può essere una buona occasione se l’arteterapia ti incuriosisce ma non sai cosa aspettarti! E perché non approfittarne per provare a creare il tuo capo espiatorio?

Scrivimi a stefania@vitacreattiva.it oppure visita la pagina Contatti.

Intanto ti saluto con uno dei consigli che preferisco del Trattato:

“(…) è sempre bene, di tanto in tanto, fare una passeggiata nude per casa, anche senza coprirsi il seno e il ventre. Come pure è bene, incinte o no, denudarsi nella parte di casa che equivale all’ombelico, e sedersi lì, ad aspettare il nulla, a passare dieci minuti sedute per terra.”

Provaci! e dimmi nei commenti come è andata 😉

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