Bambina e Selvaggia

Questo post prende il titolo da una favola che ho inventato di recente: il viaggio di liberazione di una bambina accompagnata dai suoi inseparabili animali a cui si unisce anche una pecora, Selvaggia.

Ma iniziamo dal principio…

Il silenzio delle ragazze

“Il grande Achille. Il luminoso, splendido Achille; Achille simile a un dio. Montagne di epiteti che le nostre labbra non hanno mai pronunciato. Per noi era solo un macellaio.”

L’incipit de Il silenzio delle ragazze di Pat Barker racconta in pochissime parole il mio percorso da studentessa di antropologia del mondo antico, cresciuta a pane e patriarcato, ad arteteterapeuta femminista intersezionale e antispecista.

Il libro narra la guerra di Troia attraverso gli occhi di Briseide e delle sue compagne che venivano spartite come bottino di guerra insieme ad ‘altri oggetti’ tra gli eroi più valorosi sul campo di battaglia.

Un notevole cambio di prospettiva rispetto alla narrazione tutta al maschile di uno dei testi fondanti della cultura occidentale (te lo dice una che si è laureata con una tesi dal titolo ‘Agamennone, Achille, Diomede. Rapporti di potere nell’Iliade’)

L’operazione di ridare voce alle donne della Grecia antica può permetterci di andare ancora più in là e scoprire che c’è stato un tempo in cui il matriarcato era la forma politica per eccellenza.

Penso all’approccio mitoarcheologico di Marija Gimbutas, che ha gettato nuova luce sulla civiltà arcaica dell’Europa Antica (dal 7.000 al 3.500 a.C.).

Con i suoi studi l’archeologa ha individuato una civiltà che dominò l’Europa per tutto il paleolitico ed il neolitico, e l’Europa mediterranea fino a gran parte dell’età del bronzo.

Una cultura per millenni pacifica, con una struttura sociale egualitaria e matrilineare, legata ai cicli vitali della terra, un simbolismo religioso strettamente connesso al femminile.

Molto interessante anche il lavoro della sociologa Riane Eisler che con il neologismo gilania (dal greco gynè, “donna” e anèr, “uomo” + la lettera l che ha il duplice significato di unione, dal verbo inglese to link, “unire” e dal verbo greco lyein o lyo che significa “sciogliere” o “liberare”) indica una fase storica plurimillenaria (8.000-2500 a.c) fondata sull’eguaglianza dei sessi e sulla sostanziale assenza di gerarchia e autorità.

Negli studi di entrambe queste ricercatrici la centralità della donna va di pari passo con l’assenza di guerra e violenza. È interessante notare l’assenza nell’arte del paleolitico superiore di rappresentazioni di scene di violenza. Non una raffigurazione di guerre, di eroi guerrieri, di armi utilizzate da umani contro altri umani. 

È rappresentato soprattutto quello che corrispondeva alla venerazione della vita: la donna, le piante e gli animali.

Inutile dire che questo tipo di società mutualistiche trovarono la loro fine con l’arrivo di una popolazione, i Kurgan, organizzata su base gerarchica e autoritaria con una volontà di potere fortemente dominatrice e distruttrice da cui origina la tradizione patriarcale europea.

Femminismo

Sono arrivata tardi al femminismo, quando vicende personali mi hanno spinta ad indagare su quali basi culturali ed ideologiche si fondasse la violenza di genere mentre mi leccavo le ferite grazie alla psicoterapia.

Così ho scoperto la faticosa gioia di smontare pezzo per pezzo quel sistema di credenze e tutti i condizionamenti culturali subiti durante la mia infanzia di bambina (consiglio vivamente la lettura di Dalla parte delle bambine di Elena Gianini Belotti, libro purtroppo attualissimo anche se datato 1973).

Ribadire in maniera assertiva i miei confini e imparare a difenderli è un lavoro ancora in progress e il percorso per niente scontato. Per fortuna posso percorrerlo praticando e ricevendo sorellanza e solidarietà.

Proprio per questo ho dedicato il mese di marzo a passare un po’ di tempo con la me bambina.

Oltre a un serio lavoro introspettivo, ho lasciato un po’ di spazio al gioco e ho condiviso molti momenti con F(R)EED, la bambolina protagonista di questo post e di cui puoi scoprire le avventure nelle stories in evidenza del mio instagram @stefania_creattiva.

Ho concluso il mese con il meraviglioso gruppo di donne/bambine in F(R)EED. nutrita/liberata: è stato prezioso accogliere le loro condivisioni e integrarle nella mia esperienza.

Intersezionalità

Quando ci si incammina sulla strada della consapevolezza lo sguardo critico si espande e appare chiaro che la violenza patriarcale non si limita ad un’unica categoria ma fonda il suo potere (anche economico! si chiama Capitalismo) sull’oppressione generalizzata di tutto ciò che è considerato ‘altr@’: etnia, classe, disabilità, orientamento sessuale, religione.

Per questo il mio femminismo è diventato intersezionale: credo infatti che, come ci spiega Susanne V. Knudsen:

“le concettualizzazioni classiche dell’oppressione nella società – come il razzismo, il sessismo, l’abilismo, lo specismo, l’omofobia, la transfobia, la xenofobia e tutti i pregiudizi basati sull’intolleranza non agiscono in modo indipendente, bensì che queste forme di esclusione sono interconnesse e creano un sistema di oppressione che rispecchia l’intersezione di molteplici forme di discriminazione”.

Antispecismo

“Con le lenti dell’interpretazione femminista possiamo vedere che la posizione dell’animale nella storia della carne è quella della donna nella narrativa patriarcale tradizionale: è l’oggetto da possedere.”

Questa citazione da Carne da macello. La politica sessuale della carne di Carol J. Adams mi permette di tornare all’inizio del discorso: ‘per noi era solo un macellaio’, il potere che oggettifica e smembra determinate categorie di persone, umane o non umane.

La scelta di diventare vegetariana e poi vegana è nata dalla mia convivenza con la gatta Mia che mi ha introdotta (tardi!) al meraviglioso mondo dell’animalità.

Ormai si sa che il personale è politico, così una scelta compiuta inizialmente per empatia mi ha permesso di arricchire la pratica femminista con la teoria antispecista.

Il non mangiar carne (per non parlar del resto!) è diventato parte della mia personale lotta al patriarcato capitalista.

Credo nel diritto a vivere ed autodeterminarsi degli animali non umani, con particolare forza per l’animale femmina che è destinata al doppio sfruttamento in quanto madre e produttrice di derivati di cui l’umano si appropria (suona familiare? anche noi donne sembriamo destinate al doppio lavoro produttivo e riproduttivo, no?)

Bambina e Selvaggia

A febbraio ho partecipato a Eroine della nostra storia, un interessantissimo seminario condotto da Monja da Riva (ti consiglio di seguirla perché è fantastica!): in un piccolo gruppo di donne abbiamo raccontato un pezzetto della nostra vita come fosse un fiaba con tanto di draghi e pozioni magiche.

La protagonista della mia favola è una bambina che si libera da una situazione per lei claustrofobica insieme ai suoi animali guida e alla pecora Selvaggia.

Selvaggia è una pecora che esiste davvero e che ora vive libera ad Ippoasi, un rifugio antispecista. È stata portata via ad un pastore che voleva sopprimerla perché troppo disubbidiente. Lui ne parlava dicendo “Ogni tanto nasce una femmina ribelle stupida così” (!!!).

Puoi leggere la sua storia qui.

E proprio come raccontavo per metafore nella mia favola, provo a condurre la mia liberazione connessa a me stessa, alle mie sorelle, alle altre specie e alla natura.

E l’arteterapia?

Per me essere arteterapeuta è un modo di incidere positivamente sulla realtà circostante.

Il tema della cura è fortemente femminista: la seduta di arteterapia è un tempo in cui mi prendo cura delle donne che hanno scelto di prendersi cura di se stesse lavorando con me (e che mi piace definire compagne di viaggio).

Penso al setting come luogo in cui decostruire ‘l’obbligo’ a determinate attitudini che la società pretende dalle donne: buona disposizione d’animo, gentilezza, disponibilità, dolcezza.

Prendere contatto con le nostre emozioni è il primo passo da fare per non essere manipolate e sopraffatte: la relazione terapeutica è spazio sicuro dove iniziare a farlo.

Se senti che per te è arrivato il momento di iniziare un cammino di liberazione da tutto quello che ‘abbiamo sempre fatto così’, prova a dare una sbirciatina ai paths (i sentieri che propongo di percorrere insieme) oppure scrivimi a stefania@vitacreattiva.it

E dimmi nei commenti cosa ne pensi, grazie!

“Quando le donne ascoltano l’una la storia dell’altra, condividendo la propria, si verifica una crescita e la fiducia in se stesse aumenta. Per quanto innocuo un simile sforzo possa apparire, potrebbe rappresentare una minaccia per l’ordine costituito. Gli uomini in posizione di autorità si preoccupano del fatto che le donne parlino liberamente tra loro. E ne hanno ben donde.”

J.S. Bolen



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