Resistenza e Libertà

Amo le parole che vengono utilizzate in ambiti diversi e i cui significati si intrecciano tra loro. Mi piace giocare con la polisemia piuttosto che con la disambiguazione (che lascio volentieri agli algoritmi).

La parola resistenza è sicuramente una di queste e le connessioni che crea si muovono in ambiti semantici a me molto cari e familiari.

Significato politico

Il significato politico di resistenza riguarda le azioni che determinati movimenti mettono in atto contro l’invasore (nel caso di Paesi occupati militarmente) o anche verso un governo di una nazione sovrana.

Nella storia d’Italia resistenza è soprattutto la Resistenza Partigiana che tra il 1943 e il 1945 si oppose al nazifascismo. Un’esperienza antifascista nazionale che incluse le diverse coalizioni combattenti ma anche le persone che appoggiarono, attivamente o passivamente, la lotta contro il regime.

Nel resto del mondo sono attualmente necessarie e vive diverse Resistenze. Penso ad esempio alla lotta per la liberazione del popolo palestinese che da 73 anni combatte contro l’occupazione sionista e il progetto di pulizia etnica israeliano (e che proprio in questi giorni è vittima di un nuovo pesantissimo attacco militare).

Penso alla Resistenza del popolo curdo in Siria e alla confederazione democratica del Rojava che, oltre ad aver lottato e vinto Daesh (meglio noto come Isis) continua ad opporsi alla dittatura di Erdogan.

Quello del Rojava è un valido progetto politico e sociale che “ripudia l’autoritarismo statale, il verticismo gerarchico della burocrazia e propone un modello di autogoverno dal basso con un regime di delega il più ridotto possibile“. I suoi punti cardine sono la lotta delle donne contro il patriarcato, la democrazia popolare e il rispetto per l’ambiente.

Nel 2015 ho realizzato il progetto Donne resistenti. Greetings from Kobane, per celebrare la bellezza dei volti delle partigiane curde e e farne un simbolo di resistenza femminile universale (ti racconto tutto qui).

Penso anche con grandissima solidarietà alla Resistenza animale, cioè a tutte quelle storie in cui animali non umani destinati a schiavitù e morte sono riusciti, autodeterminandosi, a scappare (purtroppo non sempre a salvarsi, come ci racconta Sarat Collig nel suo Animali in rivolta).

Significato psicologico

La parola resistenza ha anche un significato nell’ambito della psicologia. In questo caso si parla di una lotta, tutta interiore, tra il desiderio razionale e consapevole di voler/dover cambiare e le forze inconsapevoli che ostacolano il processo.

La resistenza al cambiamento può portare a sperimentare una grande angoscia emotiva perché non è solo una questione di volontà o motivazione. Pur iniziando un percorso terapeutico con convinzione, il nostro sistema interiore può mettere in atto una serie di strategie per far sì che lo status quo non venga minacciato.

Perché succede? Le motivazioni sono diverse, eccone alcune:

  • la nostra zona di comfort in fondo ci fa sentire al sicuro, anche se ne riconosciamo gli aspetti disfunzionali
  • abbiamo paura dell’incognita del ‘dopo’ (“chi lascia la via vecchia per la nuova…”)
  • attaccamento alle abitudini: richiede molto meno sforzo continuare a percorrere strade già battute piuttosto che provarne di nuove e dedicare tempo ed energia per farle diventare percorsi familiari
  • ansia sociale: paura di non essere più accettatə dalla nostra cerchia di relazioni, abituata a conoscerci in un determinato modo

Va inoltre considerato che non è così facile mettersi in gioco nella relazione terapeutica, in cui la/il terapeuta può rappresentare di volta in volta un* alleat*, un* nemic*, nostro padre/nostra madre, l’ Ombra, un’ancora di salvezza.

Insomma, un ottimo insieme di motivi per mettere a tacere quella flebile voce che ci dice che qualcosa non va e che potremmo stare meglio, vivere più intensamente una vita più ‘nostra’.

Ma.

Io credo che quella voce vada ascoltata e che, proprio come chi decide di opporsi alla presunta ineluttabilità dell’oppressione, noi abbiamo il diritto/ dovere di lottare per un maggiore benessere emotivo e per una vita migliore. In questo senso le nostre stesse resistenze possono essere terreno fertile su cui lavorare.

Ne va della nostra libertà.

Perché non iniziare con l’arteterapia?

Come ci insegna Paola Caboara Luzzatto, nel rapporto terapeutico dell’arteterapia si lavora con le immagini per

facilitare, attraverso l’uso di materiali artistici, in un ambiente protetto, l’auto espressione, la riflessione, il cambiamento e la crescita personale.

Le immagini sono delle validissime alleate per esprimere l’inconscio bypassando il verbale permettendoci così di superare le nostre fisiologiche resistenze al cambiamento.

Muovendoci dal piano simbolico a quello della realtà, tra l’immaginazione e l’intenzione, possiamo dare vita ad un processo terapeutico in cui lo stato d’animo problematico del ‘qui e ora’ può essere elaborato attraverso l’esperienza della creatività.

Anche se si utilizzano le immagini, per ‘fare arteterapia’ non c’è bisogno di avere particolari doti artistiche. Per esperienza posso anzi affermare che meno l’approccio è tecnico più l’immagine è spontanea. E questo aiuta.

Come spesso dico, provare è meglio che spiegare! Ecco cosa possiamo fare insieme:

  • percorsi individuali (li trovi nella sezione paths del mio sito)
  • @home: percorso in autonomia, ma non in solitaria
  • piccolo gruppo di arteterapia (il prossimo è questo)

Non posso chiudere senza accennare ad un altro tipo di resistenza, quella elettrica (sono pur sempre anche una spippolatrice provetta di console audio-luci!): “una grandezza fisica scalare che misura la tendenza di un corpo ad opporsi al passaggio di una corrente elettrica, quando sottoposto ad una tensione elettrica.”

La sua unità di misura è l’ohm (Ω) che ha lo stesso suono della sillaba mantra om (ॐ)…ma con polisemia e libere associazioni per oggi mi fermerei qui 😉

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