Mondeggiare ad Ippoasi. Arteterapia per lo Chthulucene

“Siamo compost, non postumani. Abitiamo le humusità, non le umanità. Solo adottando un approccio compostista possiamo assistere alla definitiva decomposizione dell’umano elevato sopra il corpo della natura. Compost è il mondeggiare, il farsi comune del mondo [worlding]. Non tutti portano la stessa storia e lo stesso peso nel compost, c’è chi è più respons-abile di altri in questo incessante lavoro di composizione-decomposizione. Le Comunità del Compost sono aperte e ospitali, coltivano parentele queer, realizzano il Comune. Compost è il contrario di accumulazione.”

(Federica Timeto)

Chthulucene è il titolo dell’edizione italiana di Staying with the Trouble, l’ultimo libro della filosofa statunitense Donna Haraway.

Cosa significa ‘restare a contatto con il problema‘? Significa diventare capaci di articolare la nostra risposta di viventi in un pianeta danneggiato da tutto ciò che è Uomo, Eroe, Capitale.

L’essere nel bel mezzo della sesta estinzione di massa, mentre il profitto continua la sua inarrestabile marcia sfruttando miliardi di corpi animali, umani e non, non può e non deve essere motivo per arrenderci a nichilismo, disperazione e indifferenza. Haraway ci invita ad una presenza più seria e vitale, un qui e ora che possiamo esercitare attraverso collaborazioni e combinazioni inaspettate che lei chiama parentele, oppure compost.

La lettura di questo testo mi accompagna dalla primavera 2020 e continua ad essere fonte di ispirazione creattiva: i fili della sua matassa si dipanano attraverso il rapporto con le altre specie, il pensiero tentacolare, l’acronimo FS (che sta per fantascienza, fabula speculativa, femminismo speculativo e fatto scientifico), l’attivismo artistico e scientifico, il generare parentele, la storia di Camille.

Tutti spunti che risuonano molto con la mia ricerca personale, professionale, politica.

Perché fare arteterapia in un rifugio antispecista?

“Per vivere e morire bene da creature mortali nello Chthulucene è necessario allearsi con le altre creature al fine di ricostruire luoghi di rifugio; solo così sarà possibile ottenere un recupero e una ricomposizione parziale e solida della Terra in termini biologici-culturali-politici- tecnologici.

(…) Sono una compostista, non una postumanista; siamo tutti compost, non postumani.

(…) L’estinzione non è solo una metafora, il collasso del sistema non è un film catastrofista.

Basta chiederlo a qualsiasi rifugiato di ogni specie.”

(Donna Haraway)

L’immagine forte di questi rifugia, luoghi di rifugio da cui ripartire mi ha convinta a scegliere Ippoasi come cornice per un laboratorio di arteterapia dedicato al mondeggiare, al compostare e al raccontare storie altre, emancipate dall’eccezionalismo (e dunque anche dallo specismo), storie di norma espulse dalla Storia antropocentrica.

Erano ancora molto vive le emozioni del gioco della matassa che avevamo creato insieme l’anno scorso (te le racconto qui): questa ‘comunità del compost’, questo luogo che crea un’alternativa all’incuria sistemica verso persone di ogni specie si è dimostrato di nuovo terreno fertile per il con-divenire multispecie.

Come abbiamo mondeggiato?

Compostando materiali naturali e di recupero abbiamo creato un’ immagine/mondo per raccontare il nostro pezzo di storia e intersecarlo ad altri racconti: il risultato è stato un’immagine collettiva in cui riconoscersi.

Dedicarci al nostro flusso creativo e all’osservazione del tempo creativo altrui ci ha permesso di essere nel presente ‘ricco di eredità, di ricordi, e pieno di arrivi, un modo di nutrire ciò che potrebbe ancora succedere’.

Abbiamo alternato momenti di introspezione e lavoro individuale a momenti di condivisione libera in cui abbiamo riflettuto sui tanti significati di relazione, confine, natura.

Alla fine abbiamo portato via con noi un pezzetto di questa narrazione intima e collettiva insieme.

Cosa c’entra l’arteterapia con lo Chthulucene?

Il nostro compito deve essere fare disordine e creare problemi, scatenare una risposta potente dinanzi a eventi devastanti, ma anche placare le acque tormentate e ricostruire luoghi di quiete.

(Donna Haraway)

Il setting di arteterapia può essere un luogo di quiete in cui stare con il problema e cercare la propria responso-abilità, il proprio modo di agire su una Terra infetta e ferita.

Fare arteterapia in gruppo ci permette di elaborare questa risposta in un divenire psicologico che non inizia e finisce con noi ma si incontra, scontra, mescola con quello delle altre persone: ‘quando siamo da soli’, ci dice ancora Haraway, ‘con le nostre esperienze e le nostre diverse e distinte capacità, rischiamo di sapere al contempo troppo e troppo poco’.

“Fino dagli albori della storia l’arte è stata praticata in gruppo. I riti di guarigione, che coinvolgono la comunità, prevedono spesso la produzione di immagini: nei loro riti cerimoniali i navajo creano elaborate pitture di sabbia, mentre familiari e amici assistono all’evento”

(Cathy A. Malchiodi)

Come spiega lo psichiatra Irvin D. Yalom, il gruppo attiva molti fattori curativi:

  • speranza: comunichiamo e ci sosteniamo a vicenda
  • interazione: si creano e si condividono le immagini insieme
  • universalità: si scoprono esperienze e simboli comuni
  • catarsi: possiamo esprimere emozioni in uno spazio protetto
  • altruismo: si offre e si riceve sostegno se ci sono delle difficoltà

E tu, come resti al contatto con il problema? Quali risorse sei capace di mettere in campo quando la situazione intorno sembra così compromessa da farti venire voglia di arrenderti? Riesci a dedicare alle tue emozioni l’ascolto che meritano?

Puoi rispondere nei commenti oppure scrivendo a stefania@vitacreattiva.it

Se pensi che l’arteterapia possa aiutarti a trovare le tue risposte puoi dare un’occhiata alla sezione paths del mio sito; se invece vuoi partecipare al prossimo gruppo puoi seguire la mia pagina fb e il mio profilo IG @stefania_creattiva.

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Maria Rivelazione Trivisonno
1 mese fa

C O M P L I M E N T I !!!!! Meravigliosa iniziativa, bellissimi percorsi!